Bisogni e Conflitti pedagogici.

Riprendiamo solo a titolo esemplificativo questa tipologia di domande che ritrovo frequentemente anche se poste con diverse varianti.

Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo?

Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo?

Quando è importante iniziare l’esplorazione IO?

  1. Quando le risposte automatiche sono contrastanti con i valori educativi dichiarati o in cui credo. Le risposte automatiche di questo tipo richiamano spesso i nostri echi interiori che sono riconducibili alla cultura educativa ricevuta, a come sono stato trattato da bambino e al precipitato emozionale rimasto dalle co-costruzioni familiari.
  2. Quando non riesco a sintonizzarmi sulle emozioni del Tu (del bambino che ho di fronte a me)

Ora proviamo a declinare la riflessione sul proprio IO sulla domanda del genitore. Mi posso chiedere:

  • Come veniva considerato e accolto il mio pianto? In che modo? Quale idea di fragilità ho ricevuto? Cos’è per me ora la fragilità? Ho il permesso di sentirmi fragile e di non sentirmi devastato? Il modo con cui sono stato accudito ha generato una sensazione di sicurezza o di insicurezza? Quando consolo mio figlio comunico sicurezza o insicurezza?
  • Ora provo a focalizzarmi su quando ero piccolo/a, evoco un ricordo di quando piangevo, e lascio che il me-adulto si prenda cura di me-bambino, cerco farlo con affettuosità, calore, donandomi un abbraccio riparatorio, sicuro, sereno, distensivo fino a che il me-bambino si rasserena. Se ho ricevuto frenesia e timore: “devo fare qualcosa altrimenti è troppo piccolo per sopravvivere”, mi do fiducia e normalità: “puoi piangere, a volte è faticoso dover fare sempre qualcosa, ma tu sei capace ed io sono qua con te”. Se ho ricevuto “arrangiati”, ora mi do “puoi piangere, puoi sentire questa difficoltà”. Se ho ricevuto ansia colpevolizzante e fragilità: “oddio ora va in mille pezzi, è colpa mia, non sono una buona mamma, non so se lui ce la farà?”, ora mi do forza, sostegno e pace :”sono qui, sto insieme alla tua fatica ed insieme la mandiamo via, hai dentro di te una forza che puoi riconoscere nella pace”. Puoi piangere, puoi sentire una fatica, puoi superarla!.

Ora proviamo a declinare la riflessione sul proprio IO sulla domanda della maestra. Mi posso chiedere:

  • Come venivo accolto quando non facevo qualcosa? Quando mi bloccavo? Quando non riuscivo? Cosa mi dicevano? Come mi facevano sentire? Cosa pensavo di me stesso mentre mi dicevano così? Era rispettato il mio tempo di capire? Il mio tempo di fare non subito bene? Era accolta la mia richiesta di sostegno? Ora difronte a questo bambino ripeto la stessa incapacità di stare nella fatica del bambino? Faccio le stessa richieste di adeguamento ad una prestazione standard o posso accogliere la discontinuità educativa come un fattore da tutelare e valorizzare? Quando mi avvicino a questo bambino voglio comunicare comprensione e possibilità o disapprovazione e inadeguatezza?

Ora provo a focalizzarmi su quando ero piccolo/a, evoco un ricordo di quando non riuscivo a fare qualcosa, e lascio che il me-adulto consoli il me-bambino. Se ho ricevuto fretta, ora mi do calma, mi do spazio. Se ho ricevuto indifferenza, ora mi do attenzione, sguardo, calore. Se ho ricevuto “non si può sbagliare”, ora mi go gradualità: “sai all’inizio non tutto viene subito bene, si impara facendo tante volte”. Se ho ricevuto: “devi fare tutto da solo, non si deve chiedere aiuto”, ora mi do aiuto: “non preoccuparti ognuno ha le sue fatiche, a volte abbiamo bisogno di un piccolo aiuto per iniziare, e poi riusciamo a fare altre cose da soli, chiedimi pure, sono qui”. Se hai ricevuto: “devi fare come ti dico io, nel modo in cui ti dico io che è l’unico modo giusto”, ora mi do originalità: “puoi fare come ti viene, aggiungere il tuo tocco, la tua fantasia, la tua creatività, la tua idea”. Puoi fare con i tuoi tempi, con il mio aiuto o senza, con la tua creatività!