Quando incontriamo una differenza di stili educativi, tra scuola e famiglia, tra colleghi della stessa realtà, tra marito e moglie, abbiamo davanti a noi un’opportunità unica di riflessione.

I bambini aprono in noi questioni chiave tanto per la loro crescita quanto nel nostro essere stati bambini. Non possiamo dimenticare che le questioni educative aprono su diversi fronti:

1) la nostra idea di bambino

2) il nostro pensiero pedagogico

3) il genitore che abbiamo ricevuto

4) l’eco che ha generato la relazione tra i miei genitori e il “me-bambino”

Il terzo ed il quarto aspetto sono archiviati nella nostra memoria, solo in parte risiedono in quella accessibile, perchè una parte risiede nella memoria arcaica, epidermica, non verbale, non-razionale.

Ecco perchè quando discutiamo sulle differenze negli stili educativi già sarebbe fondamentale avere una grande e nitida condivisione sui primi due punti. Comunque non ci eviterebbe di avere poi distanze che si palesano nelle azioni perchè poi davanti alla situazione concreta, se non abbiamo fatto percorsi di crescita professionale, se non abbiamo spazi di riflessione o supervisione, agiamo più con i nostri irrisolti che con i nostri principi educativi. Facciamo un esempio e vediamo come il modello evolutivo dei bisogni ci orienta e ci focalizza in modo operativo.

Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo?

Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo?

Benchè dovremmo interrogarci se abbiamo davvero una visione di bambino-competente, se abbiamo davvero una concezione educativa che afferisce a significati attivi e positivi, è evidente che entrambe le domande afferiscono ai nuclei 3 e 4. Qui abbiamo due strade : riflettere su di sè (IO), focalizzarci sui bisogni del bambino (TU). Entriamo sulla seconda strada (sulla prima faremo un altro post). Lasciamo stare i nostri echi interiori e focalizziamo la nostra attenzione sul TU (distinzione IO-TU). Questo bambino con il suo pianto, con il suo non fare il lavoro richiesto, quale bisogno sta segnalando? Il bisogno n°2: vicinanza-sostegno. Questo bisogno implica la presa incarico dello stato emotivo che il bambino non sa gestire. E’ li che dobbiamo agire, è li che dobbiamo essere. Se mi prendo cura della sua fatica, se io per primo accetto la sua fatica e la accolgo, la rendo superabile. “Mi sembra di vederti in difficoltà, è un po’ difficile oggi vestirsi?… è un compito che richiede tante cose, vediamolo insieme?”. In questo modo restiamo focalizzati sui bisogni del TU e non permettiamo ai nostri echi interiori di compiere distorsioni nella relazione. Il bisogno di vicinanza agito in questo modo non si pone come antagonista del bisogno di autonomia. Nella domanda sia del genitore che della maestra c’è infatti un implicito posto però in ordine opposto. La mamma ci chiede: è corretto occuparmi delle sue fragilità anche a discapito della sua autonomia? La maestra ci chiede: è corretto occuparmi della sua autonomia anche a discapito della sua parte affettiva? Nel modello evolutivo dei bisogni, I BISOGNI SONO COMPRESENTI, possono essere contemporaneamente presenti e tenuti a mente. Quindi mi prenderò cura delle sue emozioni senza trascurare la sua espressione autonoma. Serve però un inizio emotivo affinchè lui possa riprendere ad esercitare le sue funzioni operative. Non mi sostituisco, accolgo e poi lo accompagno a riprendere anche a step le sue competenze.

HO VISTO LA TUA FATICA, TI SONO VICINO E GRAZIE A QUESTO POTRAI RIPRENDERE LA TUA AUTONOMIA!