Distinzione Io-Tu: conflitto pedagogico (2° parte)
[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.7″][et_pb_row _builder_version=”4.0.7″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.7″][et_pb_text _builder_version=”4.0.7″] Bisogni e Conflitti pedagogici. Riprendiamo solo a titolo esemplificativo questa tipologia di domande che ritrovo frequentemente anche se poste con diverse varianti. Domanda genitore: ma se mio figlio piange perchè non vuole vestirsi è sbagliato aiutarlo? Domanda maestra: ma se un bambino non fa un lavoro richiesto è sbagliato richiamarlo? Quando è importante iniziare l’esplorazione IO? Quando le risposte automatiche sono contrastanti con i valori educativi dichiarati o in cui credo. Le risposte automatiche di questo tipo richiamano spesso i nostri echi interiori che sono riconducibili alla cultura educativa ricevuta, a come sono stato trattato da bambino e al precipitato emozionale rimasto dalle co-costruzioni familiari. Quando non riesco a sintonizzarmi sulle emozioni del Tu (del bambino che ho di fronte a me) Ora proviamo a declinare la riflessione sul proprio IO sulla domanda del genitore. Mi posso chiedere: Come veniva considerato e accolto il mio pianto? In che modo? Quale idea di fragilità ho ricevuto? Cos’è per me ora la fragilità? Ho il permesso di sentirmi fragile e di non sentirmi devastato? Il modo con cui sono stato accudito ha generato una sensazione di sicurezza o di insicurezza? Quando consolo mio figlio comunico sicurezza o insicurezza? Ora provo a focalizzarmi su quando ero piccolo/a, evoco un ricordo di quando piangevo, e lascio che il me-adulto si prenda cura di me-bambino, cerco farlo con affettuosità, calore, donandomi un abbraccio riparatorio, sicuro, sereno, distensivo fino a che il me-bambino si rasserena. Se ho ricevuto frenesia e timore: “devo fare qualcosa altrimenti è troppo piccolo per sopravvivere”, mi do fiducia e normalità: “puoi piangere, a volte è faticoso dover fare sempre qualcosa, ma tu sei capace ed io sono qua con te”. Se ho ricevuto “arrangiati”, ora mi do “puoi piangere, puoi sentire questa difficoltà”. Se ho ricevuto ansia colpevolizzante e fragilità: “oddio ora va in mille pezzi, è colpa mia, non sono una buona mamma, non so se lui ce la farà?”, ora mi do forza, sostegno e pace :”sono qui, sto insieme alla tua fatica ed insieme la mandiamo via, hai dentro di te una forza che puoi riconoscere nella pace”. Puoi piangere, puoi sentire una fatica, puoi superarla!. Ora proviamo a declinare la riflessione sul proprio IO sulla domanda della maestra. Mi posso chiedere: Come venivo accolto quando non facevo qualcosa? Quando mi bloccavo? Quando non riuscivo? Cosa mi dicevano? Come mi facevano sentire? Cosa pensavo di me stesso mentre mi dicevano così? Era rispettato il mio tempo di capire? Il mio tempo di fare non subito bene? Era accolta la mia richiesta di sostegno? Ora difronte a questo bambino ripeto la stessa incapacità di stare nella fatica del bambino? Faccio le stessa richieste di adeguamento ad una prestazione standard o posso accogliere la discontinuità educativa come un fattore da tutelare e valorizzare? Quando mi avvicino a questo bambino voglio comunicare comprensione e possibilità o disapprovazione e inadeguatezza? Ora provo a focalizzarmi su quando ero piccolo/a, evoco un ricordo di quando non riuscivo a fare qualcosa, e lascio che il me-adulto consoli il me-bambino. Se ho ricevuto fretta, ora mi do calma, mi do spazio. Se ho ricevuto indifferenza, ora mi do attenzione, sguardo, calore. Se ho ricevuto “non si può sbagliare”, ora mi go gradualità: “sai all’inizio non tutto viene subito bene, si impara facendo tante volte”. Se ho ricevuto: “devi fare tutto da solo, non si deve chiedere aiuto”, ora mi do aiuto: “non preoccuparti ognuno ha le sue fatiche, a volte abbiamo bisogno di un piccolo aiuto per iniziare, e poi riusciamo a fare altre cose da soli, chiedimi pure, sono qui”. Se hai ricevuto: “devi fare come ti dico io, nel modo in cui ti dico io che è l’unico modo giusto”, ora mi do originalità: “puoi fare come ti viene, aggiungere il tuo tocco, la tua fantasia, la tua creatività, la tua idea”. Puoi fare con i tuoi tempi, con il mio aiuto o senza, con la tua creatività! [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]
Nuova Ricerca-Azione sui Bisogni: settembre 2020
[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.7″][et_pb_row _builder_version=”4.0.7″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.7″][et_pb_text _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″] Grazie al finanziamento ottenuto con il progetto “Outsider” la cooperativa sociale “PantaRei Sardegna” promuoverà un’azione di ricerca a Cagliari in collaborazione con l’ICS Santa Caterina. Il team di lavoro sarà condotto da Ivano M. Orofino. [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]
Laboratorio di Speranza e Resilienza
[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.0.7″][et_pb_row _builder_version=”4.0.7″][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.0.7″][et_pb_text _builder_version=”4.0.7″ hover_enabled=”0″] LABORATORIO DI SPERANZA E RESILIENZA Abbiamo chiesto alle persone di pensare ad un momento di grande difficoltà della loro vita… Pensate se in quel momento era presente in voi, Speranza ! Le interviste ci dicono che tanto più le persone erano, nonostante le difficoltà, avvolte anche da una flebile sensazione di speranza, tanto più quell’esperienza dolorosa è stata portatrice di evoluzione, di cambiamento. In qualche modo si evince come ci sia un rapporto tra la “possibilità e forza di sperare” ed il superamento del dolore. Ne risulta che la speranza è un atteggiamento chiave nei periodi di rinascita, di guarigione interiore, di superamento del disagio. E’ leva per non lasciarci andare, sotto il peso della vita, della brutalità, del non-senso. Sulla base di questa semplice considerazione ci siamo chiesti se durante un colloquio il professionista può stimolare la speranza, può farla riaccendere, può essere lui stesso speranza. Così nasce un protocollo sperimentale sulla speranza. Presto progetteremo dei residenziali per tutti coloro che sono ancora nel dolore, o nel dolore non-elaborato. L’intento di questi laboratori è permettere al dolore di fluire sotto lo sguardo della speranza. Camminando dentro i nostri bisogni calpestati, troviamo ancora, tra le ceneri, le braci della nostra rinascita… “Anche se il timore avrà sempre più argomenti, TU SCEGLI LA SPERANZA”. Da questa frase di Seneca, stiamo completando il nuovo protocollo fra Bisogni e Speranza. Le persone ci raccontano di quanto abbia inciso positivamente sui propri bisogni questo stato d’animo. La Speranza sembra essere la radice della resilienza, così chi ha sofferto ha potuto attraversare il dolore e trasformare il non-senso in nuova-vita. Ci sono momenti in cui la speranza scompare, il buio sembra espandersi, fino al punto in cui una luce flebile torna in noi, lentamente si fa strada, lotta x noi e dentro di noi, non ci permette la resa, non ci chiude al sonno eterno, non ci lascia nella profonda desolazione… È lei che ci sostiene, quando il respiro è ormai faticoso. È lei che ci rialza quando le gambe sono troppo stanche. È lei che porta luce quando la mente si spegne. È lei che ci scalda quando il cuore fatica a battere. Stiamo cercando una location immersa nel verde per ospitare il prossimo laboratorio “FRA SPERANZA E RESILIENZA”, pensato x chi sta attraversando un dolore inconsolabile… Segnalateci i luoghi più ricchi di questa energia vitale a: innovazionesociale@vivaiofamiglia.it [/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]